
Pochi artisti con le parole sanno suscitare un torrente di emozioni capace di spaziare attraverso tutte le sfumature che l’animo umano è in grado di concepire. Roberto Benigni è uno di questi e in due ore di spettacolo in cui al pubblico non è stato concesso altro che un lungo monologo ininterrotto ci si è resi conto che l’arte e la bellezza, se non possono cambiare il mondo, sicuramente possono rendere l’uomo migliore.
Un’arte che sa muovere al sorriso, attraverso la gragnola di colpi sparati contro chi fa della politica un teatro deteriore di interessi personali e di ipocrisie, in un percorso che con la leggerezza acuminata tipica del satireggiare toscano lancia strali incendiari contro il malcostume imperante, contro la mancanza di valori, contro una società che vive sempre più glorificando solo i bassi istinti.
Ma l’attualità triste è solo il viatico per provare a innalzarsi. Come Dante che, come evidenzia Benigni, per trovare la nobiltà dell’uomo ha il coraggio di guardare tutti i suoi peccati, il germe profondo del male che fa parte della sua libertà, così il satiro affronta il malcostume, le bassezze e la volgarità dei nostri tempi quasi come un percorso obbligato per iniziare una catarsi, una purificazione che mettendo in mostra tutto ciò che è opaco e buio può fare desiderare di innalzarsi verso lo splendore della bellezza.
E a questo punto, contro la piattezza grigia e senza valori di questi nostri giorni, Benigni oppone la grandezza del genio italiano del passato. Ricorda come quasi tutto ciò che di grande c’è nella cultura del mondo è nato ad opera di menti italiane, dall’archetipo di ogni impero possibile – l’impero romano –, all’eccellenza in tutte le arti e in tutte le forme del sapere. E nella poesia: Dante – ricorda Benigni – ha creato un’opera che non ha eguali in nessun’altra letteratura del mondo, così bella da indurre molti appassionati a imparare la nostra lingua proprio per confrontarsi con la Divina Commedia assaporando la meravigliosa ricchezza del testo originale.
Da questo sincero e obiettivo elogio all’importanza del padre della nostra storia letteraria ha inizio il cammino attraverso le terzine del Quinto Canto, uno dei più noti e toccanti dell’intera Commedia. Canto dell’amore passionale, dei lussuriosi e dei morti per amore, il canto di Paolo e Francesca, amanti sfortunati in vita e uniti per l’eternità da un sentimento inestinguibile che ancora li muove al pianto inconsolabile e al desiderio inesausto.
Quando Benigni recita “Amor ch’a nullo amato amar perdona”, spontaneo, parte un applauso del pubblico, a sottolineare come la poesia non è morta, ma la sua intensità e la magia che sa sprigionare possono ancora fare volare la mente e battere il cuore di quel fuoco che è l’essenza stessa dell’animo umano. Un fuoco che Benigni ha saputo riattizzare donando un momento di spettacolo memorabile, in cui la passione dell’arte dell’attore diventa partecipazione collettiva e sorgente di illuminazione interiore. Di cui si ha sempre più bisogno.
Parole chiave: Roberto Benigni divina commedia Dante canto quinto Paolo e Francesca
Autore: CineVlog Redazione
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