Jennifer Tree (Elisha Cuthbert) è una top model che viene rapita da uno psicopatico (Pruitt Taylor Vince) e rinchiusa in una cella ipertecnologica in cui viene sottoposta a una serie efferata di torture fisiche e mentali. Sarà solo quando entrerà in contatto con un altro prigioniero (Daniel Gillies) che troverà una speranza di salvezza, almeno di tipo psicologico.
Scritto dal maestro del brivido Larry Cohen (“Cellular”, “In linea con l’assassino”) insieme all’esordiente Joseph Tura, “Captivity” insegue il proposito di rilanciare al successo Roland Joffé, regista che in stato di grazia ha firmato pellicole da Oscar come “Urla del silenzio” e “Mission” e poi ha infilato una serie di flop al botteghino memorabili – ma non per questo del tutto scadenti dal punto di vista qualitativo – come “Super Mario Bros.”, “La lettera scarlatta” e “Vatel”.
L’idea di fondo del soggetto è quella di legare la bellezza esteriore a una forma di redenzione attraverso la sua progressiva devastazione, ma il risultato è quello di un thriller tra lo splatter e lo psicologico in stile “Saw” o “L’enigmista” che nel primo tempo sa avere un bel polso, mentre sul secondo inizia a cedere a dei paradossi troppo marcati e goffi – come il rapporto amoroso tra i due detenuti o la strana forma di relazione di amore-odio tra vittima e carnefice, che appare alla fine troppo scontata e forzata.
Autore: CineVlog Redazione
Categorie: Thriller Film Horror
Parole chiave: captivity recensione Roland Joffé Larry Cohen Elisha Cuthbert Daniel Gillies Joseph Tura
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